PER UNA SALUTE MENTALE BELLA ED EFFICACE
Inizialmente avevamo la necessità di rispondere ad un bisogno di chi viene ricoverato: conoscere e imparare delle cose su cosa ti stia succedendo (nelle SPDC non c’è niente !!).
Il Coordinamento nazionale de Le Parole ritrovate, nel suo incontro annuale, ha raccolto e trasformato questa proposta, decidendo di dar vita ad un Manifesto delle Buone pratiche che dovrebbero caratterizzare tutti i nostri servizi di salute mentale, da utilizzare ovunque.
Un Manifesto che diventi uno strumento fondamentale di “buona” informazione e che renda consapevoli utenti e familiari delle Buone pratiche che è loro diritto trovare nei Servizi di salute mentale che frequentano.
Perché si parla sempre di diritti, ma in realtà sono le Buone Pratiche che garantiscono i diritti. Così le Buone Pratiche sono un intreccio di Diritti e Qualità dei Servizi e metterle su un Manifesto è un modo per far crescere la partecipazione, la condivisione e il fareassieme.
“Come operatore ritengo che il Manifesto, in questi tempi di crisi, di carenza di risorse, di sovraccarichi istituzionali, di specializzazioni e frammentazioni, possa aiutare gli operatori innanzitutto a non dimenticare quelle pratiche basilari e di provata efficacia per una buona salute mentale di comunità che si sono andate nel tempo un po’ perdendo per strada. Ma questo Manifesto ha anche il pregio di riunire accanto alle pratiche classiche (in parte già previste dal DPR del 1999), alcune nuove pratiche tra le più innovative ed efficaci degli ultimi vent’anni, realizzate in alcuni servizi ritenuti tra i migliori d’Italia (e faccio particolare riferimento al protagonismo di utenti e familiari, al ruolo degli ESP, alla co-progettazione e co-produzione).” Sabrina
“Noi familiari spesso ci lamentiamo molto dei servizi, perché subiamo i disservizi. Il Manifesto è una buona occasione per passare dalla protesta alla proposta” Gianluca
1 | UTENTE PROTAGONISTA
Partecipazione attiva dell’utente nel suo percorso di Recovery, in contesti di parità, condivisione, libertà responsabilità, consapevolezza e di verifica.
Dopo la presa in carico multi-professionale da parte dei servizi territoriali e la redazione di un Progetto Terapeutico Riabilitativo Individualizzato, la partecipazione attiva dell’utente al suo percorso di Recovery è il requisito fondamentale per uscire dalla trappola dell’identità legata alla definizione paternalistica di: “paziente psichiatrico cronico in stabilizzazione clinica”.
I gruppi di auto mutuo aiuto, il protagonismo degli ESP e naturalmente il fareassieme, sono i sostegni in grado di aiutare l’utente a riprendere in mano il volante della sua vita e a ritrovare il suo posto nella comunità.
2 | PORTE APERTE ALLE FAMIGLIE
Le famiglie sono risorse che devono partecipare sempre ai percorsi di Recovery dei propri cari.
Perché troppe volte le porte sono chiuse, addirittura blindate. Se un paziente è ricoverato in un qualunque reparto ospedaliero, la famiglia può parlare con i medici e con il personale. In psichiatria no!! Le famiglie sono troppo spesso considerate parte del problema.
Possono anche esserci delle eccezioni e le situazioni possono essere disparate, ma si capisce facilmente che un percorso di Recovery senza la famiglia è molto più difficile. Recovery è cambiamento e la sfida è che tutta la famiglia possa cambiare, insieme all’utente, magari anche per superare difficoltà reciproche.
3 | PRIMA ACCOGLIENZA
Ascolto attivo che trasmetta calore, sorriso, fiducia e speranza a utenti e familiari.
Perché il primo ricovero è spesso un trauma, per l’utente e per la sua famiglia.
Quando si arriva al centro di salute mentale o in reparto, la fiducia e la speranza sono ai minimi termini. Un approccio distaccato e freddo non può che aumentare la sofferenza dell’utente, che invece proprio in questi momenti ha bisogno di calore e affetto.
4 | ORARI DI APERTURA DEI CENTRI DI SALUTE MENTALE
Centri aperti almeno 12 ore al giorno
L’apertura sulle 12 ore era già stata prevista fin dal DPR del 10.11. 1999 “Progetto Obiettivo Tutela salute mentale”, obiettivo realizzato solo in una parte dei servizi italiani. Le “crisi” si possono presentare a tutte le ore così come il bisogno di aiuto e l’unica risposta non può essere sempre o solo il Pronto Soccorso.
5 | AZIONI SUL TERRITORIO
Interventi attivi in tutti i luoghi di vita dell’utente: domicilio, scuola, luoghi di lavoro, evitando pratiche di attesa, sempre dannose.
Perché le cure mediche nei luoghi rituali del Servizi (SPDC, CSM, Strutture residenziali) sono necessarie ma non sufficienti e senza un intervento nei luoghi di vita, non c’è salute mentale. Purtroppo gli interventi nei luoghi di vita della persona in crisi sono ancora troppo spesso rimandati a un domani che non arriva, attuando pratiche di attesa intollerabili proprio quando l’utente ha più bisogno di essere seguito fuori dai Servizi.
Chi incontra la sofferenza psichica perde molto, a volte tutto, della propria vita e occorre un lavoro specifico e un supporto per ricostruire la rete di relazioni, senza le quali le ricadute sono quasi inevitabili.
6 | CRISI - TRATTAMENTI SANITARI OBBLIGATORI - CONTENZIONI
Gestione tempestiva della crisi. Trattamento Sanitario Obbligatorio solo in casi estremi. NO alle contenzioni. Porte aperte nei reparti psichiatrici.
Per quanto riguarda il TSO, bisognerebbe cercare in tutti i modi di evitarlo e prevenirlo con ogni mezzo possibili, perché ogni ricovero, specie se coatto e violento, è un trauma che lascia una ferita indelebile che influenzerà in modo negativo anche il successivo percorso di cura. La buona pratica comprende la costruzione di una “unità di crisi” che coinvolga tutti quelli che possono contribuire a superarla.
CONTENZIONE: da anni vari organismi nazionali e internazionali dichiarano che non è un atto medico, ponendo l’obiettivo del superamento della contenzione fisica perché lesiva della dignità della persona, come indicano le recenti linee guida della Conferenza Stato-Regioni.
Nel 95% dei reparti italiani si lega ancora, ma il restante 5% ha dimostrato che attraverso il modello No-Restraint (orientato alla recovery, cioè al superamento delle pratiche basate solo sui farmaci e la custodia) è possibile arrivare a contenzioni zero.
7 | ABITARE – LAVORO - SOCIALITÀ
Sono ambiti indispensabili per un reale percorso di Recovery, che i servizi devono garantire attraverso aree operative dedicate.
Molto spesso una persona che soffre per un disturbo di salute mentale ha difficoltà con il lavoro che è alla base del suo sostentamento economico; con la gestione della propria abitazione (sede spesso di traumi vissuti); con le relazioni sociali e affettive che si diradano a causa dello stigma e dell’autostigma.
La soluzione non è certo quella di tornare a spazi contenitore dove custodire queste persone (come erano i manicomi), ma quella di garantire loro un Progetto di Vita Autonoma dove, con il supporto dei servizi e delle associazioni del territorio, siano applicati i diritti previsti dalle leggi vigenti.
8 | PERSI DI VISTA
Programmi di recupero per gli utenti che abbandonano i servizi, per contrastare ricadute e suicidi.
Molto raramente nei Servizi vi sono pratiche specifiche e programmi dedicati alla gestione del problema per riavvicinare ai Servizi quegli utenti che li hanno abbandonati trovandosi in situazione di grave difficoltà o di crisi.
Lo metteva negli interventi prioritari già il DPR Progetto Obiettivo salute mentale del 1999 e non è un certo un caso che la letteratura internazionale colloca il recupero dei “Persi di vista” ai primissimi posti degli indicatori d’esito dei Servizi di salute mentale.
9 | MAGGIORE INFORMAZIONE SUL TERRITORIO
Per contrastare pregiudizi e stigma e favorire l’accesso ai Servizi.
Punto primo le informazioni pratiche. Il primo dei problemi per chi incontra la sofferenza psichica e per le famiglie è sapere a chi rivolgersi e capire cosa fare. Succede che i servizi proprio non pubblichino informazioni oppure non le aggiornino da anni.
Punto secondo la cultura della buona salute mentale, che diffondendosi abbatte i pregiudizi e lo stigma. I cicli informativi e gli incontri per utenti, familiari, cittadini e operatori non sono mai troppi.
10 | AUTO MUTUO AIUTO
Promuovere l’informazione, la nascita e l’invio a gruppi di auto-mutuo-aiuto di familiari e utenti.
È dagli anni ’30 del secolo scorso che esistono i gruppi di auto-mutuo-aiuto tra persone che condividono uno stesso problema e ci sono molti studi scientifici che ne attestano l’efficacia nei percorsi di riabilitazione psico-sociale. Nonostante queste evidenze in molti Centri di Salute Mentale si continua a guardare con scetticismo a questa pratica di supporto tra pari e non si fa nulla per incentivarla e sostenerla.
Dove i GAMA vengono riconosciuti ufficialmente, rappresentano una risorsa preziosa per le comunità locali.
11 | ESPERTI IN SUPPORTO TRA PARI (ESP)
Gli ESP sono utenti e familiari che collaborano con i servizi mettendo a disposizione il proprio percorso di Recovery a sostegno di chi vive situazioni di sofferenza psichica.
Finalmente abbiamo in Italia l’associazione nazionale A.I.P.E.S.P. voluta con tanta determinazione e lavoro di squadra da utenti, familiari e operatori.
L’esperienza storica degli U.F.E. trentini continua a diffondersi in tutte le regioni del territorio nazionale e alcuni Centri di Salute Mentale e Cooperative Sociali ricorrono a questa nuova figura professionale per migliorare l’offerta dei propri servizi. Purtroppo si vede ancora molta diffidenza da parte degli operatori, che fanno fatica a riconoscere il sapere esperienziale di utenti e familiari.
Il sapere accademico – di chi sceglie esclusivamente un approccio biomedico – predilige “l’insegnamento al paziente, in maniera paternalistica, su come curarsi e cosa debba fare della propria vita”.
12 | RETI TERRITORIALI E CASE DELLA COMUNITÀ
Le Reti di un territorio ne sono la trama vitale e catalizzano il fareassieme. Le Case della Comunità promuovono la salute e i percorsi di recovery.
Il “fare rete” per la salute mentale nelle nostre realtà non si fa mai abbastanza e non si sfruttano mai abbastanza tutte le risorse che da questa pratica possono nascere.
Le Case della Comunità, previste dal PNRR (con delibera di aprile 2022, 1 x 50.000 abitanti entro il 2026) con lo scopo di rafforzare l’assistenza sanitaria di prossimità (rinforzare la medicina di base riducendo gli accessi in PS), dovrebbero diventare anche sede di attività di prevenzione, cura e riabilitazione delle fragilità e cronicità attraverso incontri multidisciplinari aperti alle realtà territoriali, quindi sedi di nuovi modelli di integrazione sociale e sanitaria, di fareassieme con il coinvolgimento diretto dei cittadini e terzo settore. Per ora sono funzionanti solo il 30% e in prevalenza per quanto riguarda gli aspetti medico-ambulatoriali.
13 | IN PSICHIATRIA LA BELLEZZA DEVE ESSERE DI CASA
Poltroncine colorate, quadri alle pareti, piante…l’attenzione ai particolari e la cura degli ambienti restituiscono dignità alla sofferenza
Conosciamo quanto spesso i servizi di psichiatria siano stati collocati in ambienti vecchi e malridotti, spesso residui delle vecchie strutture manicomiali sistemati alla meno peggio. Conosciamo tutti anche l’effetto positivo che ha un bell’ambiente…è già di per sé un aiuto alla cura!
Ma la bellezza non viene solo dall’estetica della struttura, ma anche e soprattutto dal modo di operare, dalla qualità delle relazioni, dal clima emotivo che si crea se un sistema è accogliente, calmo, sereno, operoso ma attento alle persone. La bellezza di quella atmosfera di empatia, affettività e creatività che si respira quando si opera con il fareassieme.
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