Prossimo incontro di coordinamento: Bologna 18 gennaio

Carissime & Carissimi

Eccomi a Voi appena rientrato dalla settimana trascorsa in India (per conto di Parole ritrovate) e su cui ho molte cose da dirvi.

Sotto questa mail trovate quella precedente di fine novembre così mi risparmio di riscrivere alcune cose che saranno oggetto dell’incontro del 18 gennaio nella consueta sede dei gruppi ama nella sede del Roncati, Viale Pepoli angolo Via Isaia. Chi non conosce il luogo contatti Roberto Cuni al 3491673276.

Vi ricordo subito che abbiamo deciso di prenderci più tempo del solito, dalle 10.00 alle 17.00, per poter affrontare al meglio gli argomenti all’odg e in particolare poter parlare del Progetto India alla luce delle cose che leggerete su questa mail e sulle riflessioni che ciascuno di voi farà da qui al prossimo incontro.

C’è anche l’impegno di portare cibarie per poter lavorare in continuità senza interrompere l’incontro per andare a mangiare in qualche bar-ristorante. A portare cibo si sono già impegnati Anna Gatti e Roberto Cuni. Ma sicuramente servono altri contributi!!! Quindi non cancellate queste righe gastronomiche!

Vengo ai punti in discussione

1. Iniziative 2020

Come abbiamo già convenuto nell’incontro di Bologna del 9 novembre ci siamo presi l’impegno di portare all’incontro del 18 gennaio le proposte che ogni singola regione intende mettere in campo per affiancare l’incontro nazionale di Roma (la grande novità del 2020!) e il Progetto India, se come personalmente auspico vivamente, a questo grande sogno decideremo di aggiungere la partecipazione di Parole ritrovate.

Quindi prego vivamente tutti i mondi di Parole ritrovate rappresentativi delle varie regioni di impegnarsi ad essere presenti a Bologna il 18 gennaio, o in caso di assoluta impossibilità, di inviarmi via mail le singole proposte che io naturalmente porterò alò tavolo del 18 gennaio.

Aggiungo quello che vi avevo scritto a fine novembre al riguardo delle iniziative 2020 e che trovate cmq nella mail riportata sotto. Repetita iuvant con buona pace di Max di Parma che vorrebbe che io scrivessi mail di max 5 righe!

Nel corso della discussione sulla sede dell’Incontro nazionale si è sempre più spesso fatto rimando alla opportunità/necessità (e il nostro libro è nato in fondo per questo) che in tutte le Regioni dove siamo presenti si mettano in campo iniziative addizionali, altre e diverse, per rendere il movimento presente e visibile non solo nell’Incontro nazionale, ma il più possibile in tutte le realtà italiane dove siamo già presenti e provare a entrare in quelle dove ancora manchiamo.

Per questo le realtà presenti si sono prese l’impegno di dedicare i prossimi 2 mesi a dare libero sfogo alla fantasia per arrivare al prossimo coordinamento di Bologna, che è già stato fissato per sabato 18 gennaio 2020 dalle 10.00 alle 17.00 con cibarie portate un po’ da tutti per evitare interruzioni, nella consueta sede e con proposte una più bella dell’altra, non escludendo di inventarsi un evento nazionale o internazionale come in passato più volte e con grande successo abbiamo fatto.

Parlando dei presenti mi riferisco a: Lombardia, Veneto, Trentino, Emilia e Romagna, Toscana, Umbria, Lazio. Non erano presenti ma do per scontato che porteranno il loro contributo il 18 gennaio: Friuli, Liguria, Piemonte, Marche, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e spero anche Sardegna. Meglio ancora se se ne aggiungeranno altre!!!

Una bellissima scommessa che possiamo solamente vincere! A questo proposito è stato suggerito a tutte le realtà regionali/provinciali di organizzare o riorganizzare dei coordinamenti locali, che dove sono stati fatti nascere, hanno dimostrato tutto il loro valore nel poter diffondere il movimento e renderlo più presente e forte. E qui mi fermo!

2. Progetto India

Nella mail di novembre, che potete rileggere sotto, trovate la storia del Progetto India come si è sviluppato a partire da quasi 15 anni fa e come negli ultimissimi mesi ha preso un nuovo indirizzo e si è caricato di un sogno che penso non potremo lasciare cadere. Ma naturalmente la decisione sarà presa da quanti saranno a Bologna e io potrò solo raccontarvi la mia personale posizione. Saranno presenti anche gli amici di Prato che sono i promotori del Progetto e forse anche Madre Paola, la suora che ha diretto fino a pochi mesi fa l’Ordine delle Domenicane che ha sede a Prato e che è l’anima del Progetto India, tanto più come si sta sviluppando ora.

Come ricorderete, se avete letto la mia precedente mail, fino a pochi mesi fa il Progetto India si è sostanziato in missioni annuali in cui gruppi misti di Prato (Polisportiva Aurora, Dipartimento di salute mentale, un istituto scolastico), secondo lo stile a noi caro del ‘fareassieme’ si sono recati a Kochin nello stato del Kerala, ospiti nelle strutture delle Suore, per portare vita, decoro e sopratutto dignità in una struttura, settlement, che a oggi ospita circa 200 persone, in maggioranza con disagi psichici, ma anche con altre fragilità e sofferenze. Il settlement non è in senso stretto un ospedale psichiatrico anche se ne ha alcune caratteristiche: l’isolamento totale dalla comunità, l’assenza di cure degne di queste nome, la mescolanza di disagi come era anche nei nostri vecchi manicomi. Il lavoro fatto dagli amici di Prato è stato ricco di commovente umanità e ha portato in quel luogo abbandonato da Dio e dagli uomini raggi di umanità e anche di decoro abitativo, visto come il degrado strutturale ne peggiorava ulteriormente la vivibilità.

Non mi dilungo su come si è arrivati negli ultimi mesi alla decisone governativa di chiudere a fine anno il settlement quanto piuttosto a cosa questa chiusura ha messo in pista.

Gli organi governativi competenti hanno chiesto alle Suore di prendersi in carico 50 donne che tuttora vivono al settlement. Casualmente in contemporanea le Suore stavano pensando ad attivare una comunità per donne con problemi di salute mentale in locali frutto di una possibile donazione che arrivava da un conoscente indiano. In poche settimane il tempo ha preso a volare e il progetto è progressivamente cambiato fino ad arrivare a quello attuale.

La partenza viene dalla decisione delle Suore di cambiare destinazione d’uso di una grande struttura (2.500 mq) che stavano costruendo e che era destinata a diventare una scuola (teniamo presente che la mission delle Suore è l’istruzione e la povertà). In allegato vedete alcune foto della struttura e altre più precise ne seguiranno.

In questa struttura sicuramente troveranno ospitalità le 50 donne del settlement. Il progetto della comunità che doveva essere collocato nei locali oggetto della donazione può verosimilmente essere assemblato a quello che riguarderà le donne del settlement. Ma la vera ‘novità’ sarà una versione modificata e corretta di quelli che in India si chiamano di solito ‘Centri di riabilitazione psicosociale’ e che ospitano per tempi che possono essere i più diversi persone con disagi psichici medio-gravi. Alcuni di questi centri ospitano per brevissimi periodi anche persone in crisi per eventualmente poi ospitarle al loro interno o dirottarle, se ritenute troppo ‘gravi’, negli ospedali psichiatrici, e svolgono un servizio di consulenza ambulatoriale per persone che vi si recano per ricevere terapie farmacologiche ed essere curate a casa dalle loro famiglie.

La struttura dove prenderà vita il progetto provvisoriamente l’abbiamo chiamata, mentre giravamo le strutture che siamo andati a visitare a Kochin, “Casa della ricostruzione della speranza” (nella lingua locale suona molto meglio) con ‘sottotitolo’ Centro di salute mentale con il nome del quartiere dove ha sede e che al momento non ricordo.

Centro di salute mentale non è nome usuale per le strutture in India e già questo segna in qualche modo l’idea di un cambiamento.

La possibilità di stare 5 giorni a Kochin mi ha permesso di capire, almeno un poco, come funziona in quel paese la salute mentale e quali sono, a mio avviso le sue principali criticità. Anzitutto dobbiamo tener presente che l’organizzazione sanitaria è completamente diversa da quella italiana dove la sanità è pubblica. In India la sanità è prevalentemente privata e assomiglia al modello americano basato sul sistema assicurativo con l’inevitabile conseguenza di garantire cure di elevata qualità ai ricchi che possono pagare assicurazioni che li coprono al meglio e di lasciare le classi povere ‘abbandonate’ alla carità di strutture religiose o a sostegni governativi che sono solitamente di livello basso/molto basso.

La salute mentale ovviamente è allineata su questo modello. Le classi ricche usufruiscono di ospedali e di cure ambulatoriali di livello internazionale orientato prevalentemente ad un approccio medico-farmacologico. Le classi medie e sopratutto quelle povere usufruiscono di una rete di strutture che si avvale da un lato di ospedali psichiatrici (che non abbiamo visitato) ma che abbiamo capito essere luoghi di reclusione per utenti gravi e in qualche modo cronicizzati. Un modello verosimilmente molto simili a quello dei manicomi di casa nostra di 50 anni fa. Le strutture più visibili e che abbiamo visitato e di cui vi ho parlato sopra sono i cd ‘Centri di riabilitazione psico-sociale’. Ne abbiamo visitate 4, tutti con modalità di gestione e qualità interna molto diversa. L’ultima che abbiamo vista ci è ‘piaciuta’ per la qualità relazionale e affettiva che vi abbiamo trovato e per un buon livello di turnover. Solo il 15 % delle ospiti vi erano ricoverate da anni e non vi erano prospettive di uscita. In un’altra, anch’essa abbastanza valida sotto un profilo relazionale, gli ospiti vi soggiornavano in larga maggioranza (il 90%) senza prospettive di uscita, anche se erano in corso alcuni esperimenti per offrire a chi stava meglio la possibilità di vivere in una struttura tipo gruppo appartamento all’interno del terreno del centro. Nella prima che abbiamo visitato il turnover era molto buono ma chi la faceva da padrone erano le chiavi che rendevano il centro un luogo di reclusione davvero poco amabile. Cosa che non era nelle altre 2 strutture citate prima e che erano tutte ‘aperte’.

Un po’ in tutti i centri abbiamo notato che il ruolo dello psichiatra, una specie di ‘direttore’ della struttura è molto ‘forte’, e tutte le decisioni su ingressi e uscite e sui progetti delle persone passano da lui, sembrerebbe senza alcun lavoro di condivisione con il resto dell’équipe. Un’altra cosa che è apparsa presente in tutta l’organizzazione è il ruolo centrale delle famiglie. Sono le famiglie di fatto a determinare i ricoveri obbligatori, assieme ad un ruolo non marginale della polizia, e sono le famiglie a decidere se e quando l’utente può di fatto essere dimesso. Di bello abbiamo visto che dove la famiglia è disponibile la permanenza della persona nelle strutture è limitata all’indispensabile e i parenti sono spesso in struttura per essere vicino ai loro cari ammalati. Di brutto il reciproco. Se la famiglia non c’è o non vuole riavere a casa la persona col disagio, e quindi con lo stigma, il suo destino è restare in qualche struttura e di fatto non esistono progetti territoriali alternativi. Per esempio che piccoli gruppi di utenti vadano a vivere da soli è cosa del tutto, al momento, inimmaginabile e questo spiega perchè le strutture siano sovraffollate e il fenomeno della ‘lungodegenza’, se vogliamo chiamarlo così, è molto presente. Positivo invece il ruolo del lavoro che viene valorizzato, con alcuni distinguo, in tutte le strutture. Una sorta di ergoterapia che sicuramente compensa altre mancanze, ma che non è chiarissimo quanto sia un ponte reale e usato per poi trovare o ritrovare un lavoro all’esterno.

Durante la mia permanenza a Kochin sono state tantissime le ore dedicate a discutere di come il nuovo centro che le Suore vogliono finire e dedicare alla salute mentale territoriale debba caratterizzarsi. Madre Paola, Suor Rita, Lamberto Scali e il vostro antico segretario sono stati i 4 pensatori che più si sono impegnati a cercare di capire le caratteristiche del nuovo centro, centro che vedrà oltre alle attività sue proprie la convivenza con le donne che usciranno dal settlement. Nella nostra visione un valore aggiunto anche per restituire loro dignità e futuro. La ‘cronicità’ ovviamente nel nostro vocabolario non esiste.

Il nuovo centro, con tutti i necessari aggiustamenti su cui si lavorerà nei prossimi mesi, assomiglierà, tenendo conto della specificità della salute mentale indiana, nel bene e nel male, per alcuni versi a un ‘buon’ centro di salute mentale italiano. Il quartiere se ne servirà ovviamente come un servizio di primo livello per tutti i tipi di disagi mentali, da quelli meno impegnativi alle vere crisi che vogliamo non abbiano come unico accesso immediato l’ospedale (cosa che succede per lo più ora). Questo comporterà che il centro disporrà di alcuni posti letto per gestire la crisi al suo interno facendo tutto il possibile per evitare il passaggio all’ospedale psichiatrico. Il Centro naturalmente disporrà di un servizio ambulatoriale di consultazione che è quello più rappresentato in India e che permetterà di seguire a quel livello le situazioni meno impegnative o quelle che hanno superato la fase critica. L’aspetto che più si proporrà come innovativo è quello di seguire gli utenti che più ne hanno bisogno al proprio domicilio, pratica attualmente poco o per nulla presente. Naturalmente il sogno su cui più abbiamo discusso è quello dell’impegno che il centro metterà nel trovare soluzioni abitative autonome, se pur supportate da operatori del Centro, per chi non ha famiglia o non vi può tornare. Si tratta di una cosa oggi del tutto assente, anche per motivi economici legati alle difficoltà di reperire appartamenti. Naturalmente come sempre il fatto di crederci profondamente mescolato alla Provvidenza, di cui le Suore dispongono in grande quantità, ci permetterà di superare questo ‘ostacolo’ e introdurre un elemento fortemente innovativo nella salute mentale indiana. Cammino più in discesa in tema di lavoro dove semmai servirà liberare la fantasia per trovare le opportunità migliori per dar vita a produzioni che siano remunerative e spendibili sul mercato. Altra cosa su cui lavorare è sicuramente l’introduzione della figura dell’UFE che oggi in India non è presente. Vi è solitamente una certa solidarietà tra ospiti delle comunità/centri ma niente di simile alla presenza di un UFE strutturato e con un ruolo riconosciuto. Ma sicuramente in tema di UFE non dovremmo avere difficoltà a ottenere risultati. Lo abbiamo fatti nei posti più diversi del mondo e non sarà certo in India che non sarà possibile farlo.

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere ma mi fermo qui per dirvi di quella che in questo momento, assieme alla stesura del Progetto, è la vera priorità che ci deve impegnare: la raccolta dei fondi per finire la struttura. La maggior parte del costo è già stata onorata e lo si vede dalle foto che documentano lo stato di avanzamento della struttura. Come si vede però mancano ancora non pochi lavori, gli arredi ovviamente e alcuni servizi generali. Il costo supera i 200.000 Euro. In Italia parleremmo di ben altre cifre, ma per fortuna il costo del lavoro e dei materiali in India è decisamente più basso e quindi si riesce a fare moltissimo con una cifra che pur importante è, per gli standard italiani, davvero modesta. Ciò non toglie che occorre trovarla perchè le Suore hanno già dato tutto quello che potevano e in India raccogliere soldi non è per niente facile. Quindi nel mio personale sogno vi è un impegno di Parole ritrovate che ricorda un po’ quello che abbiamo messo nella raccolta fondi della costruzione della scuola di Muyeye. In questo non dimentichiamo che Prato e la Toscana, dove il Progetto è noto e apprezzato, sarà in vantaggio e sicuramente raccoglierà una parte non piccola del fabbisogno. Intanto pensate, se questo sogno vi prende, a modalità per raccogliere fondi perché, se andremo avanti, a Bologna dovremo avere già delle idee in pista. Vi ricordo il successo economico e simbolico dei mattoncini di Mila o delle cartoline che abbiamo venduto e spedito poi da Muyeye. Sembrano singolarmente gocce nel mare, ma se ci pensate hanno raccolto alcune decine di migliaia di Euro in pochissimo tempo. Più scrivo e più il sogno della ‘Casa della ricostruzione della speranza’ mi è entrato nel cuore e spero sia arrivato anche al vostro! Senza dimenticare che è una bellissima occasione per far rivivere a Parole ritrovate una delle sue mitiche avventure internazionali, naturalmente assieme alle Suore e agli amici pratesi che già vi hanno lavorato sin qui.

3. Sede del prossimo incontro nazionale

Salvo imprevisti dell’ultima ora sarà Roma a ospitare il prossimo incontro nazionale. Ne abbiamo parlato moltissimo all’ultimo incontro e chi ha voglia ritrova la sintesi del dibattito nella mail sotto riportata. E Giovanni il 18 gennaio ci aggiornerà su tutto!!! Buon lavoro vetero!!!

4. Organizzazione di una 2 giorni sul supporto tra pari, in linea di massima a Bologna a inizio aprile 2020

Anche qui trovate molte info nella mail sottostante. I lavori stanno progredendo in un gruppo di lavoro ristretto e il 18 gennaio vi porteremo praticamente la 2 giorni organizzata almeno al 90%.

5. Il cammino del nostro libro

Sono state fatte altre presentazioni ma ho l’impressione che potremmo fare di più. Quindi sotto a organizzarle!

6. Varie ed eventuali

Come sempre benvenute

Mi fermo qui perché ho ancora i piaceri e le fatiche dell’India addosso e spero siate arrivati a leggere sin qui!

Baci tanti

Renzo